Il mio primo mese da “BRITISH GIRL” – Storia di un’au pair siciliana trasferitasi in UK

<Sono felice!> –  questo è ciò che rispondo quando mi viene chiesto come mi trovo qui.

Per me la felicità rappresenta tutto, io dico sempre che la felicità è una conquista quotidiana, nel senso che ogni giorno c’è sempre un motivo che mi rende felice ed ogni giorno bisogna conquistarsela…la felicità. Ma c’è stato un periodo in cui non mi sono proprio sentita felice. La scelta di trasferirmi in Inghilterra non è stata di certo improvvisa, ma a tratti sofferta e ben ponderata.

Oggi voglio raccontarvi una storia, quella del mio primo mese qui ad Epping, nell’Essex, e di come soprattutto sono arrivata a questa decisione. Il perché ha un solo nome: passione.

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Chi sono?  – Mi chiamo Barbara, ho 25 anni e della Sicilia ho praticamente tutto, a parte la carnagione che mi provoca eritemi solari e mi costringe ad indossare t-shirt bianche di cotone e creme per neonati sotto l’ombrellone. Mi sono laureata in Giurisprudenza lo scorso Novembre, e di intraprendere le strade più gettonate proprio non mi andava: non era quella la mia passione, io Giurisprudenza la scelsi perché mi fornisse una preparazione al diritto, allo studio ed alla vita che fosse per me un nuovo punto di partenza per la mia vera Passione. Il giornalismo.

Ma come può una ragazza farsi strada in Italia? Ho trascorso giorni, mesi a chiedermi cosa fare, perché parlare 4 lingue non basta. Scrivere non basta. Ero diventata la copia peggiore di quel che non avrei mai desiderato, le mie giornate scorrevano fra “posso fare questo” e “non ha alcun senso far quest’altro”. Sentivo l’esigenza di un cambiamento, ma non l’accettavo. Per chi, come me, ama fortemente il suo Paese e sente che da quell’amore deve arrivare il positivo cambiamento, abbandonarlo significa tradirlo, lasciarlo a se stesso, fuggire via, lasciare che siano altri ad occuparsene. Poi ho iniziato a capire che rimanere in quel piccolo paesino di provincia, senza nemmeno un amico con cui prendere un caffè al pomeriggio, di certo non mi avrebbe portata a nulla.

Fra le urla poco gentili ma molto efficaci di mia Sorella, la negatività di mia Mamma e l’assoluta incondizionata ed anche un poco surreale fiducia di mio Papà, ho iniziato a darmi da fare. In silenzio.

Dovevo partire, dovevo iniziare a vivere il mondo. Dovevo fare un salto, quello che un anno prima mi aveva lasciata coi piedi fermi, rinunciando all’Islanda, ad oggi l’unico rimpianto della mia vita.

Ho iniziato ad informarmi e sono stata aiutata e circondata da persone cordiali, disponibili, oneste nel fornirmi le risposte a tutte le domande che avevo bisogno di porre, generose. Qual era la soluzione più adatta a me?

Io desideravo  vivere la cultura britannica, quella vera, quella della daily routine, non quella di una megalopoli da quasi 9 milioni di abitanti. E volevo ardentemente restare in Europa, perché devo scoprirla, voglio conoscerla.

Ragazza alla pari –  Che cosa??? Io non sapevo nemmeno cosa fosse una ragazza alla pari. Ma era questa la mia strada. Il modo migliore per conoscere davvero una nuova cultura, che avevo visto molte volte da adolescente, che non potevo vivere da straniera, ma da sua cittadina, da sua parte integrante. Mi sono iscritta ad un sito e mi sono descritta, come se a parlare non fossi io. Ho chiacchierato con decine e decine di famiglie su Skype, perché io da brava sicula non è che mi fido di una chattata. La risposta è arrivata una sera, in un certo senso nemmeno ci speravo. Avevo rifiutato così tante proposte. Poi ho incontrato loro, sì quelli che adesso – mentre batto le mie dita sulla tastiera – stanno in cucina scrivendo auguri di compleanno, viziandomi di gelati a menta e cioccolato e donandomi attimi di pura felicità. Avevo appena chiuso la videochiamata con loro, uscii dalla camera dicendo ai miei: “Sono loro. Domani le scrivo, le dico che per me è ok, se va bene per loro non cerco più. Parto.”; così – dopo solo un mese dall’iscrizione a quel sito – mi sono ritrovata in un’altra Nazione.
Avevo fatto tutto in silenzio, con la sola complicità e l’immenso appoggio dei miei e di mia sorella. Dovevo comunicarlo ai nonni ed alla zia, ed alle mie cugine. Non dimenticherò mai la faccia di mia Nonna, mi commuove ancora adesso. Ero a pranzo da lei, mi guardò e mi disse: “A noi dispiace che vai via, ma siamo felici per te!”. I miei nonni, che Grandi Nonni. Loro che mi hanno insegnato che per vivere bisogna anche partire, ventenni, con una bambina di poco più di un anno (mia Mamma) da lasciare, con una valigia di cartone in due da riempire e costruire da lì – dai sacrifici di una realtà che passava dalla vita di campagna alla fabbrica – quella che oggi è la mia più grande fortuna: l’insegnamento che mi hanno donato, la fortuna che mi hanno permesso di godere.


british-girlLa partenza –
 L’aereo ha ritardato per ben due volte, e la mia colite spastica non mi ha mollata nemmeno in fila per i controlli. Non mi sono lasciata turbare, non potevo piangere salutando la mia famiglia. Nei momenti più duri, ho voluto sempre mostrarmi rigida e razionale. Io partivo per la felicità, per costruire il mio futuro.

Ma ho ceduto…  quando l’aereo è decollato da Catania – la Mia città – mi sono lasciata andare alle lacrime che uscivano dal mio viso, mentre accanto una signora mi fissava chiedendosi se ancora esistessero persone con la paura di volare. Sì, ma non ero io. Io stavo volando, e non ero triste. È solo che quando lasci la Sicilia, come fai a non sentire che già ti manca? Avevo l’Etna sulla destra, il mare alle mie spalle, gli agrumeti appena sotto me.


L’arrivo –
 Sono arrivata ad Epping, un paesino di 11 mila persone, considerato “Londra ma non Londra”, molto green, con una foresta imponente e capolinea a Nord Est della Central Line. In aeroporto, quell’odore di Inghilterra che avevo lasciato 9 anni fa, che sentivo di nuovo dentro le mie narici: stavo respirando aria nuova.

Lì Jack, il mio hostdad e Cole, un bambino di 6 anni dallo sguardo furbo e dolcissimo, che mi ha abbracciato tanto forte da cadere per terra. E poi siamo arrivati a casa, quella che adesso considero davvero la mia terza casa: Tania, la mia hostmum neozelandese, era fuori ad aspettarci; in cucina c’era Ava, 10 anni, la più bella bambina ch’io abbia mai visto, che preparava un disegno su tela per me, rimasto ancora dietro il bollitore in attesa che lo colori.


La full immersion –
 Il mio primo mese qui è stato una full immersion completa, in ogni senso. Il mio carattere mi ha portata, sin da subito, a vivere tutto con occhi da abitante, ma pur sempre una straniera in una terra che stavo iniziando a far mia. Compresa la guida on the left side.

Chi mi conosce sa che guidare non è proprio il mio punto forte, ma dovevo imparare anche qui, dove i guidatori non sono per niente pazienti e disciplinati, con le macchine più a centro di strada che sulla sinistra, o quelle prime volte salita dal lato passeggero: dov’è lo sterzo?

Ho attraversato mezzo Essex in quelle ore di lezione, me lo sono goduta a pieno, anche se credevo che i tir stessero per venirmi addosso, ricordandomi poi è che solo la guida on the left side. I parcheggi rimangono ancora un problema, tanto che quando porto Cole a karate quell’enorme supermercato tedesco diventa il mio miglior alleato: quanto spazio per fare manovra!

Essex

Au pair life – Ho rivisto alcuni amici che non vedevo da anni, che la comicità della vita ha fatto sì che ritrovassi in un’altra nazione. Hoconosciuto la burocrazia e la maleducazione delle signore anziane negli uffici pubblici, che meno sanno più ti accusano di non sapere. Ho imparato che anche qui le strade ed i marciapiedi hanno le buche e che non sono mai riparate a regola d’arte. Che la gente è ossessionata dai furti in casa e ne ha ben motivo. Ho visitato un parco giochi che i nostri in confronto sono centri educativi, ho percorso a piedi il molo più lungo al mondo di Southend-on-sea, ed ho capito che l’ombrello fa solo peso in borsa perché se piove non serve a nulla. Non serve a loro, che girano come se nulla fosse coi capelli bagnati ed 8 gradi al sole; non serve a me, che tanto il vento lo spezza in due. Ho visto l’entusiasmo negli occhi della gente, perché dire “Italia” o “Sicilia” è un sorriso che esplode, e non è nessun luogo comune che siamo convinti loro abbiano nei nostri riguardi. Ho capito anche quanto sia stata fortunata a frequentare la scuola italiana, quanto importante sia stato “il bastone e la carota”, quanto mi abbia formata il “prima il dovere, poi il piacere”.

Mi piace elogiare il mio Paese e mi piace anche chiacchierare dei suoi aspetti più o meno negativi con criticità. Mi piace guardare la TV in inglese e dire una frase accorgendomi subito dopo d’aver sbagliato il tempo verbale. Mi diverte guardare le persone godere di quei 20 gradi in infradito e shorts, mentre io passo solo dal maglione di lana a quello di cotone. Mi piace sentirmi a casa, in questa famiglia che mi ha offerto e mi offre tanto: “noi investiamo su di te, perché tu investi su di noi”. Mi piace e mi soddisfa sentirmi parte di un progetto della mia vita che è un’esperienza.

I sentimenti dell’abbandono – Ma come mi sento verso il Paese da cui sono andata via? Mi sono sentita in colpa, come una che ha scelto la via più facile.

Poi ci ho riflettuto: andare via non è facile. Sono uscita fuori dalla campana di vetro che non mi calzava più comoda, ed ho iniziato a responsabilizzarmi concretamente, non idealmente. Mi sono guardata allo specchio ed ero ancora io; io che non avevo mai compilato i moduli per l’Università, perché era Papà che se ne occupava, ed io che ho fatto la mia prima lavatrice proprio qui.

Quando si va via, si lascia sempre un poco di sé per ritrovarne un altro po’ altrove. Ho lasciato i miei affetti, ma non li ho abbandonati. Ho lasciato la mia terra, ma non l’ho tradita. Ho lasciato il mio Paese, ma non l’ho sostituito. Anch’io, come molte giovani donne, sono andata via per amore. Per amore della conoscenza e per amore della vita. Sono salita su quell’aereo, consapevole e determinata.

Si parte, ma non si lascia dietro di sé ciò che si è e ciò a cui si appartiene. Lo si porta con sé, in un bagaglio che pesa persino più dei miei 61 kg in quelle tre valigie rigide.

La distanza – Abitare all’estero significa festeggiare gli 84 anni di Nonno su FaceTime, fare una foto con lui quando mettono accanto al suo viso il tablet dentro cui ci sono io. Significa piangere soltanto quando vedo la mia piccola pelosa a quattro zampe dormire nella sua cuccia e non poter accarezzarla se non da uno stupido display. Vivere lontano significa non poter abbracciare degli amici che di me adesso hanno disperato bisogno, quelli che per me ci sono sempre stati ed io ora fisicamente no. Trasferirsi ha significato portare con me la caffettiera ed accorgermi che – di necessità virtù – ho pure imparato a fare un decente caffè.

Inizio a sentirmi sempre più parte di questo meraviglioso continente che è l’Europa, e non vorrò mai considerarmi quel che non sono. Io sono italiana e questo non lo dimenticherò, nel bene e nel male. Porto la mia italianità dentro e fuori, ne vado fiera ed orgogliosa. Tengo fisse nella mia mente le parole di mia sorella, quando le diedi la buonanotte qualche sera prima di partire… E quest’esser italiana sarà motivo di integrazione, di conoscenza, di curiosità.

Per abbracciare una terra straniera, per stringere il mondo intero non posso scordare le mie radici e quanto mi hanno donato.

Certo è che non accetterò mai che possa mangiarsi la pasta senza sale, ma vivo felice e questo è tutto ciò di cui ho bisogno.

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>> L’ARTICOLO è STATO PUBBLICATO IN ESCLUSIVA E DELL’ESCLUSIVA MANTIENE I DIRITTI DAL SITO WEB “DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO”. POTETE CONSULTARLO AL LINK SEGUENTE: http://donnecheemigranoallestero.com/british-girl-au-pair/ << VI INVITO A SEGUIRE LE LORO STORIE E AD ACQUISTARE IL LIBRO. PER ULTERIORI INFORMAZIONI, CONSULTATE IL SITO WEB http://www.donnecheemigranoallestero.com

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2 pensieri su “Il mio primo mese da “BRITISH GIRL” – Storia di un’au pair siciliana trasferitasi in UK

  1. Luana R.

    Le pagine dei miei diari sono ancora piene delle tue lunghe lettere di amica di banco, o amica del ❤️ come piaceva considerarci ; hai sempre adorato scrivere, (eri così prolissa a volte 😅) non lo si può negare ed io ne ho le prove e molti ricordi ancora vividi.
    Ho provato a cercarti un po’ di volte senza riscontri, di te eri proprio riuscita a far perdere le tracce.
    Mi fa piacere averti ritrovata perché ho scoperto per caso che frequentiamo la stessa Parrucchieria, ma soprattutto leggerti anche se dopo una piccola chiacchierata con tua cara nonna settimane fa, ho saputo che vivi a Londra già da un po’.
    Penso tu abbia veramente una dote innata per la scrittura, la comunicazione e l’argomentazione…ti auguro di cuore di riuscire a realizzare il tuo sogno e di essere felice.
    Se ritorni, ed hai voglia di prendere un caffè con una vecchia compagna di banco, scrivimi mi farebbe piacere scambiare quattro chiacchiere.
    Un bacio dalla Sicilia

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    1. Barbara L. L. Maimone

      Ciao Luana,
      Grazie davvero per il tuo commento ed il tuo pensiero: mi ha fatto piacere leggerlo e ricordare! Sembra trascorsa una vita dalle pagine dei diari piene di colori e idee, ma è sempre piacevole sapere che rimangono lì, a ricordarci di tempi spensierati e semplici. Ti auguro tante care cose! 😊

      P.S. ho saputo che ti sposerai presto: i miei più sinceri e calorosi auguri ❤️ A te e a Salvatore!

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