Attraverso i titoli di Pirandello

Da uno dei miei lavori presentati al Convegno Pirandelliano, Dicembre 2008.

<<Si vive una volta sola!>>: nulla di più errato fu mai detto nel corso dei secoli. Si considera la vita come un insieme di eventi uniti insieme da chissà quale inconoscibile forza, la si limita tra i due eventi principali: la nascita e la morte, ci si convince sempre più del fatto che sia giusto (quasi un obbligo) vivere a pieno i propri giorni perché, chissà, da un momento all’altro, cosa accadrà!

Questa irrefrenabile ed insensata necessità di gustare gli eventi non ha condotto l’uomo ad un benessere con se stesso e, quindi, con la società; bensì lo ha imprigionato, lo ha costretto a chiudere le sue vedute perché troppo impegnato a vivere. Viene da pensare che, in una società come quella contemporanea, l’individuo non riesca a trovare se stesso perché si muove in molteplici campi, differenti l’uno dall’altro, nei quali egli non è mai in grado di riconoscersi; e che cos’è questa frantumazione della società, se non un effetto della continua, incessante ed angosciante ricerca di sé? La ricerca di sé parte dal bisogno di sentirsi parte di un tutto che non necessariamente rappresenta quel che si è, ma è espressione di quel che si vorrebbe essere.

Tra le righe di Pirandello, in ogni sua opera, si coglie un pizzico di follia, una briciola di evasione, una traccia di Vita. L’attualità di Pirandello sta proprio in questo: nel riuscire a rappresentare un uomo che non potrà mai far parte di una sola società, che vive in centomila mondi, che è egli stesso centomila uomini, che diventa uno nel momento in cui si illude di esser tale, che è nessuno quando si accorge che non fa altro che illudersi.

L’uomo si manda avanti provando, inutilmente, a costruire la  felicità, concentrando l’attenzione su stupidi fatti che non sono altro che formalità, scrive meccanicamente il quaderno della sua vita, vive di certi obblighi con la speranza che vada tutto per bene

L’uomo, a sua insaputa, agisce da imbecille perché, non si sa come,  la bella vita crolla. Quando si è qualcuno è difficile, è tremendo, è orribile che, d’un soffio, ci si senta esclusi. E’ così che crolla la società della quale orgogliosamente quell’uomo faceva parte; la società unita da falsi moralismi, da occulti giochi di potere, da irrefrenabili impulsi primordiali. Precipita un mondo che si reggeva su pilastri di cartapesta, il cui cielo è stato strappato via da una mano corrotta ed avida.

I vecchi e i giovani stanno insieme seduti a guardare con altri occhi quel che li circonda, illuminati dalla piccola fiamma di un lanternino la cui luce è la sola in grado di rimediare a tutti i mali sino ad allora celati…dei mali che sono finalmente usciti fuori, portando però con sé tutto quel che ne deriva. La verità si è rivelata e che sia come prima o meglio di prima poco importa.

L’io di quell’uomo che minuziosamente appuntava la sua vita su un quaderno si è già disgregato, era caduto vittima della trappola: costruirsi un’impeccabile identità che andasse bene per gli altri senza rispecchiare le sue centomila sfaccettature. Adesso, però, esce fuori quel che egli realmente è: disorientato, impaurito, sorpreso, entusiasta va alla ricerca dell’autore del suo dramma e, quando soddisfatto lo avrà incontrato, sarà come aver scoperto la luna. L’autore lo guiderà lungo sentieri sconosciuti che prendono il nome di realtà, la realtà vera che si frantuma, in cui l’unica certezza è non avere certezze. All’uscita di quei sentieri, che preparano l’uomo a mostrarsi al mondo così com’è, l’autore scompare con un fiore in bocca. E’ il turno per quell’uomo di agire da solo: spaesato, si gira e si rigira tenendo tra le mani la patente della vita che consiste semplicemente nell’esser se stessi e non nel gioco delle parti; e se qualcuno avesse da obiettare, se pensasse che non è così…guardi oltre quel che vuole vedere e noterà che esiste un universo parallelo il cui scopo è quello di non fingere, di non costringere l’io a restare incatenato in opprimenti forme. Un universo le cui città si svegliano al mattino con il fischio di un treno, i cui cittadini considerano l’onestà un piacere, in cui ciascuno a suo modo è se stesso, solo se stesso e nessun altro oltre lui. In quell’universo lì l’unico obbligo è recitare a soggetto.

Barbara Luna Libera Maimone

 

 

 

 

 

 

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